Processi di inferenza in psicologia della scrittura: la generalizzazione e l’attribuzione di causalità
(Luigi Ceccarello)
Introduzione
Nella vita di relazione, si pone continuamente il problema di capire (interpretare) e prevedere correttamente il comportamento degli altri. Lo scopo è quello di muoversi, relazionarsi con l’ambiente sociale con una accettabile “sicurezza”. Nella fase in cui si cerca di interpretare e/o prevedere il comportamento degli altri, possono intervenire degli “errori” di valutazione (interpretazione): sono errori di inferenza (ragionamento) che derivano da particolari schemi di ragionamento personale. Con il termine “inferenza” si intende qui un modo molto generale di ragionare. Vediamo quali sono questi errori e come nascono, utilizzando due esempi.
Primo esempio. Scrive M. Marchesan (pag. 115, Sistema psichico):
“...E’ chiaro che chi è retto in misura massima, istintivamente, almeno sulle prime, ritiene che la rettitudine sia una linea di condotta riscontrabile in tutte le persone con cui ha a che fare; in un secondo tempo, constatando di essere vittima di astuzie altrui, tende invece a generalizzare in senso contrario, cioè a ritenere tutti falsi, sleali, pericolosi per chi imposta i propri rapporti sul piano della fiducia”.
Dalla prima proposizione si ricava che le persone che hanno un comportamento “retto”, “istintivamente” tendono a pensare che il proprio comportamento (retto) sia una qualità posseduta da “tutti” gli altri: in questo caso, la persona opera un ragionamento di “generalizzazione” (inferenza).
Dalla seconda proposizione si ricava che la persona, nel caso di una o più esperienze “negative”, è portata a pensare che “tutte le persone” siano scorrette: anche in questo caso, la persona tende a “generalizzare”, in senso contrario questa volta.
Secondo esempio. Scrive ancora il Marchesan:
“ Chi è massimamente sleale, pensa che questo sia il metodo del comportamento di tutti e si regola in conformità, interpretando in modo sinistro i comportamenti altrui e regolandosi di conseguenza, col risultato di assumere atteggiamenti di difesa oltranzisti e anche di contrattacco e danneggiamento degli altri, senza un vero motivo, per eccesso di valutazione negativa...”.
Anche da questo secondo esempio, si ricava che la persona che ha un comportamento “poco corretto” pensa che “tutti” gli altri si comportino nella stessa maniera: anche qui si è in presenza di un ragionamento di “generalizzazione”. In aggiunta, si ha che la persona assume “preventivamente” una condotta sleale, anche se non c’è un vero motivo, solo perchè essa attua un “eccesso di valutazione negativa”.
Cosa si ricava da questi due esempi di “atteggiamenti mentali” derivanti dal comportamento personale ?
Si ricava che:
1) in entrambi gli esempi, la persona “generalizza” il proprio modo di comportarsi (sia esso negativo o positivo) agli altri, cioè pensa che gli altri si comportino come lei; in altri termini, il proprio comportamento viene utilizzato come metro di misura per valutare il comportamento degli altri;
2) in entrambi gli esempi, la persona sa che la sua condotta (comportamento) personale, qualunque essa sia, deriva dal fatto di averla prima pensata; in altri termini, osservando se stessa, essa nota che vi è una relazione diretta intenzione (proposito) – azione: la persona capisce che ad ogni azione si può “attribuire” una intenzione;
3) nel secondo esempio, la questione è un pò differente. Avendo questa persona un comportamento “poco corretto”, oltre a “generalizzare”, come nel primo esempio, in aggiunta essa “attribuisce” sempre una intenzione insidiosa a qualsiasi azione altrui, anche se il comportamento “osservabile” degli altri non si presta ad essere interpretato come “poco corretto”; questa persona pensa che ci sia sempre e comunque una “intenzione poco corretta” che precede tale comportamento. Chi ha queste caratteristiche di comportamento “poco corretto” sviluppa, inoltre, un’altra idea: quella di possedere un “intuito” particolare che le permette di individuare le intenzioni “poco corrette” degli altri.
La psicologia della scrittura dispone di parecchi segni grafici che individuano le direzioni di questo particolare “intuito”. Fra poco vedremo questi segni grafici.
Ritorniamo ai due esempi del Marchesan. Abbiamo visto che, in entrambi gli esempi, la persona compie delle inferenze (ragionamenti) di “attribuzione”. Sembra che questo modo di ragionare sia molto comune nella vita di relazione; la conferma ci viene da una teoria sviluppata dalla psicologia sociale americana negli anni “50.
Il termine “attribuzione di causalità” è stato proposto e sviluppato da Fritz Heider nel 1958 (The psychology of interpersonal relation). Egli afferma che le persone cercano le cause di quanto avviene nel mondo sociale e nel mondo delle relazioni sociali, in modo da individuarne gli aspetti stabili, invarianti di ordine psicologico, in modo da ancorare le proprie azioni e i propri rapporti. Nella ricerca di tale stabilità, nella ricerca di punti fermi e sicuri, vengono effettuate delle “attribuzione di causalità”, la persona, cioè va alla “ ricerca delle cause soggiacenti agli eventi”. Scrive Heider:
“ ...l’uomo non si contenta di solito di registrare semplicemente quanto osserva intorno a lui, ma sente la necessità di riferire i fatti osservati, nella misura in cui è possibile farlo, alle invarianze del suo ambiente. In secondo luogo, le cause soggiacenti degli eventi, in particolar modo le motivazioni delle altre persone, rappresentano le invarianze dell’ambiente che sono per lui rilevanti: esse conferiscono significato a ciò che egli esperimenta e sono questi significati che vengono registrati nel suo spazio di vita e appaiono come la realtà dell’ambiente alla quale egli allora reagisce”.
Continua:
“ C’è una bella differenza, ad esempio, se una persona scopre che è stata colpita da un ramo di un albero cadutole addosso o da un bastone brandito da un nemico. L’attribuzione in termini di cause personali e impersonali e, nel caso delle prime, in termini di intenzioni, è un’operazione quotidianamente ricorrente che determina in larga misura il nostro modo di comprendere e di reagire all’ambiente circostante”
Come si vede, le tesi di Heider sono molto simili ai concetti che si sono ricavati dal secondo esempio di Marchesan: “la ricerca delle intenzioni che stanno dietro alle azioni...sono una operazione quotidiana ricorrente”.
Ho fatto queste citazioni, per mostrare che anche la psicologia della scrittura possiede strumenti validi di analisi della condotta (comportamento) sociale. Non solo, ma essa è in grado di individuare anche particolari inferenze (attribuzioni) prodotte dalle persone, quelle che nascono da un comportamento “poco corretto”.
Riprendiamo gli esempi fatti dal Marchesan.
Dicevamo in precedenza al punto 3) che, sulla base di questo atteggiamento mentale di “generalizzazione”e di “attribuzione”, le persone che presentano i segni che fra poco elencheremo, pensano di avere “l’intuito” per individuare, partendo dal comportamento degli altri, eventuali “intenzioni” poco corrette, sleali.
Apriamo una piccola parentesi di ordine metacognitivo. Queste persone, non sono consapevoli dei ragionamenti di “attribuzione” che stanno alla base di quello che loro chiamano “intuito” nell’individuare eventuali “intenzioni” sottostanti un certo comportamento. Sanno solo di avere questo particolare “intuito”che li porta a interpretare la condotta altrui come “insidiosa” (poco corretta), anche se insidiosa non è. Chiusa parentesi.
Terminata questa introduzione, passiamo ad elencare dieci segni grafici che rappresentano questo particolare modo di “ragionare”, senza però entrare nel dettaglio di “quali” comportamenti poco corretti si tratti: questo, per ragioni di riservatezza, perchè si riferiscono ad aspetti della morale personale.
Sensibilità per intensioni insidiose altrui
I segni che indicano la tendenza a comportamenti poco corretti sono quattordici. Qui ne elenchiamo dieci per ragioni di riservatezza e solo per qualcuno di questi si riportano le caratteristiche di scarsa correttezza.
Chi presenta uno o più di questi segni nella propria scrittura, pensa che anche gli altri si comportino nella stessa maniera poco corretta; tende cioè ad interpretare (“attribuire”) il comportamento degli altri come derivante da “intenzioni” nascoste. Ciò che va evidenziato è che, in otto di questi dieci segni, a causa di questo modo di ragionare, si è sviluppata nella persona la “diffidenza” nei confronti di ciò che gli altri dicono o fanno: di conseguenza, queste persone assumono un atteggiamento di “vigilanza” (derivante dalla diffidenza) su ciò che gli altri dicono o fanno, allo scopo di individuare per tempo comportamenti poco corretti da parte degli altri. Per i rimanenti due segni (su dieci), dato che in essi non è presente la “diffidenza”, bisognerà andare a vedere se ci sono altri segni grafici che, rappresentando la “diffidenza”, vanno a “compensare” la mancanza di diffidenza; questi altri segni verranno elencati nel paragrafo successivo.
Vediamo i dieci segni grafici.
Arcuata. Sensibilità per azioni coperte. Atteggiamenti mentali: esame diffidente delle intenzioni altrui. Tendenza concomitante: difficile ricredibilità nel caso che il soggetto si sia formato dei sospetti.
Occhielli a ruota. Sensibilità per azioni coperte. Atteggiamento mentale: diffidenza.
Occhielli doppi. Sensibilità per azioni ambigue. Atteggiamento mentale: diffidenza.
Occhielli variamente angolosi. Sensibilità per azioni abili.
Nota
Col termine “abilità” si intende, in psicologia della scrittura, la capacità di modulare, coordinare e organizzare la propria condotta, le proprie espressioni e, nel proprio intimo, i propri sentimenti e la propria tenacia ideologica, in modo da ottenere i migliori risultati, evitando pericoli e insidie. Con il termine ‘sensibilità’ si intende la capacità di “intuire” se un’altra persona adotta una condotta “abile”.
Ricci della maldicenza. Eccessiva sensazione di dovere diffidare del prossimo. Tendenza concomitante: difficoltà a ricredersi in caso di concepimento di sospetti.
Ricci del nascondimento lunghi. Accentuata diffidenza verso gli altri. Tendenza concomitante: difficoltà a ricredersi nel caso di concepimento di sospetti.
Ricci del nascondimento corti. Accentuata diffidenza verso gli altri. Tendenza concomitante: difficoltà a ricredersi nel caso di concepimento di sospetti.
Ricci subuncinati. Accentuata diffidenza verso gli altri. Tendenze concomitanti: difficoltà a ricredersi nel caso di concepimento di sospetti; difficoltà di autocritica ed autorettifica.
Ricciuta. Eccessiva attività mentale rivolta alla individuazione di intenzioni insidiose altrui.
Tagli t subuncinati. Accentuata diffidenza verso gli altri.
Chi presenta i segni appena elencati, tende dunque ad interpretare ciò che dicono o fanno gli altri in maniera errata e diviene diffidente. La diffidenza, però, non nasce solo come conseguenza di questi ragionamenti di attribuzione, può nascere da altre cause, come vedremo nel paragrafo successivo.
La diffidenza
“Diffidente” è chi non si fida, che mostra sfiducia, sospetto. Sinonimo: ombroso, sospettoso. Ombroso: di persona che si offende o si impermalisce per un nonnulla.
Vediamo ora i segni che, rappresentando la “diffidenza”, possono andare a compensare la mancanza di diffidenza che alcuni segni del paragrafo precedente non presentavano.
Nell’elenco che segue, cinque segni che sono già stati elencati nel paragrafo precedente, non sono stati inseriti; essi sono: ricci della maldicenza, ricci del nascondimento lunghi e corti, ricci subuncinati, tagli t subuncinati.
Nei segni elencati, la diffidenza nasce perchè: la persona è scontrosa e anche gelosa (aste ritorte); in due segni, la diffidenza nasce perchè la persona è gelosa (aste curve-ritorte; acuta); in un caso essa è originata da paure (fobie) verso l’ambiente (apici ritorti);
Aste ritorte. Diffidenza prodotta da repulsività verso l’ambiente. Tendenza molto vigile a rigettare da sé, senza esame, le idee altrui sulla base della sensazione che esse pongono in pericolo il proprio orgoglio. Non influenzabilità. Indipendenza di giudizio. Incredulità. Indebolimento dell’autocritica e un ancor maggiore indebolimento dell’autorettifica. Una delle tendenze concomitanti è la gelosia.
Aste curve-ritorte. Alternanza di credulità e diffidenza morbose con conseguenti atteggiamenti mentali incoerenti nei confronti del prossimo. Una delle tendenze concomitanti è la gelosia.
Aste curve-ritorte ingrossate. Diffidenze morbose, irragionevoli. Tendenze concomitanti: difficoltà nell’autocritica e nell’autorettifica.
Aste curve-ritorte ingrossate e assottigliate. Diffidenze morbose, irragionevoli. Tendenze concomitanti: difficoltà nell’autocritica e nell’autorettifica.
Apici ritorti. Diffidenze e tensioni irrazionali. Queste diffidenze derivano da avversioni irresistibili verso l’ambiente e sono, quindi, proiezione di fobie.
Acuta. Eccessiva facilità ad assumere atteggiamenti tesi ed allarmati. Eccessiva sensibilità difensiva. Una delle tendenze concomitanti è l’accentuazione della gelosia.
Tagli t ritorti. Accentuazione della diffidenza. Tendenze concomitanti: lieve accentuazione delle difficoltà nell’autocritica e nell’autorettifica.
Concomitante con i processi di attribuzione, vi può essere anche la “sospettosità”. E’ ciò che vedremo nel paragrafo successivo.
La sospettosità
La “sospettosità” viene definita dal dizionario della lingua italiana come “la caratteristica di chi è facile al sospetto, alla diffidenza, al dubbio, nei confronti degli altri, della loro condotta in determinate circostanze, della loro responsabilità, colpevolezza e simili”.
Nei primi due segni (aste assottigliate e tagli t assottigliati – nella misura di 1/3 -) la sospettosità deriva da ipersensibilità; in tre dei 9 segni elencati, la sospettosità è concomitante con la gelosia (disordinata, ricci della fissazione, tagli t ascendenti); in un caso, la sospettosità deriva dalla paura e dallo sgomento nelle situazioni critiche (tagli t arretrati); in un caso la sospettosità deriva da una valutazione “travisata” della realtà (stecchita); in un caso, la sospettosità deriva dall’ansietà nell’allacciamento di nuovi rapporti per timore delle crisi e delle loro ripercussioni (tagli t declinanti); in un altro caso, la sospettosità deriva (probabilmente) dal senso di isolamento che la persona prova anche se è inserita in un ambiente intensamente affettivo (omittente confusa).
Vediamo i segni grafici.
Aste assottigliate. Sospettosità (i valori medi sono compresi tra 12-18 cg). Se questi valori medi non sono controbilanciati da larga tra parole (che indica una adeguata ampiezza della visione della realtà) si può avere una sospettosità patologica. In questo segno, la sospettosità deriva dalla ipersensibilità.
Tagli t assottigliati. Sospettosità (ridotta ad un terzo rispetto all’intensità misurata del segno). Cause: ipersensibilità.
Omittente confusa. Sospettosità un pò eccessiva. Concomitante con la sospettosità vi è, in questo segno, anche la presenza di fattori di correzione eccessiva: autocritica eccessiva ed errata.
Stecchita. Sospettosità eccessiva.
La sospettosità è “l’effetto” dei seguenti modi di valuazione della realtà: difetti nell’interpretazione della realtà esterna per eccesso di rigidità e per raffronto con situazioni travisate; difetto dell’impostazione etica delle deliberazioni a causa dell’eccessiva sensazione di doversi difendere.
Tagli t declinanti. Accentuazione della sospettosità. La probabile causa della sospettosità risiede nell’ansietà morbosa nell’allacciamento di nuovi rapporti per timore delle crisi e delle loro ripercussioni. In questo segno, la tendenza principale (motrice) è la tendenza all’avvilimento. Fattori di correzione della sospettosità: eccessiva autocritica e autorettifica.
Tagli t arretrati. Accentuazione della sospettosità. Concomitanti con la sospettosità, in questo segno vi sono, però, anche i seguenti fattori di correzione della stessa: accentuazione dell’autocritica e dell’autorettifica. Autorettifica irrazionale e sconclusionata nelle situazioni gravi.
Le cause della sospettosità derivano dalle tendenze rappresentate dalla tendenza principale (motrice), la paura e lo sgomento (ansia diffusa) che intervengono nelle situazioni critiche o gravi o drammatiche.
Altri segni che indicano sospettosità
Nei segni che seguono, la sospettosità è concomitante con la gelosia: questo significa che la sospettosità si “attiva” solo nel nel rapporto affettivo e non in altre situazioni.
Ricci della fissazione. Eccesso di sospettosità. Concomitante con tale tendenza, vi è la gelosia morbosa. Fattori che rendono difficile l’autocritica: difficoltà nel ricredersi dai sospetti concepiti.
Disordinata. Sospettosità morbosa. Concomitante con tale atteggiamento mentale, vi è la gelosia morbosa.
Tagli t ascendenti. Lieve accentuazione della sospettosità. Concomitante con tale tendenza vi è la gelosia.
Qual è l’utilizzo pratico di queste informazioni fornite dalla Psicologia della scrittura sugli “errori” di valutazione ? Questi errori di valutazione sono alla base della nascita, come minimo, di “malintesi” con gli altri; nel caso peggiore, sono alla base di veri e propri scontri personali nel rapporto di coppia, nel posto di lavoro, nella vita associtiva in generale.
La psicologia della scrittura non si limita ad individuare i segni grafici indicativi di un modo di ragionare basato sull’attribuzione, ma individua anche i segni grafici che permettono di valutare se la persona è capace di fare o meno autocritica sui propri sospetti eccessivi. Per la loro elencazione si rimanda al libro di M. Marchesan “Il sistema psichico dettagliato”.
© by Autor Aprile 2008
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